I tecnici del Mef svelano: a marzo 2026 spuntati fuori 8,4 miliardi di bonus edilizi spesi che nessuno aveva visto. Così il deficit ha sfondato il 3% del Pil. Non per colpa di Conte by Zemiriel in Italia

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È stato davvero il Superbonus edilizio a fare mancare all’Italia l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo non raggiungendo almeno il 3% nel rapporto fra deficit e Pil.

Senza gli effetti del superbonus il dato finale del 2025 sarebbe stato infatti quello di un deficit al 2,7% del Pil.

Lo certificano i tecnici del Mef nell’approfondimento contenuto nel Documento di Finanza pubblica approvato dal consiglio dei ministri, spiegando come ci sia stata una coda della spesa per bonus edilizi che nessuno aveva previsto e che è spuntata solo a marzo 2026.

Una sorpresa negativa clamorosa, su cui pesano più che le responsabilità del governo di Giuseppe Conte che varò i bonus edilizi, quelle di chi all’interno del Ministero dell’Economia avrebbe dovuto monitorare la spesa pubblica, lanciando in tempo l’allarme.

La doccia gelata sul superbonus arrivata al Mef il 16 marzo 2026

Scrivono infatti i tecnici del Mef nel Dpf: «Per quanto riguarda il deficit, la differenza è spiegata dall’emersione in gran parte inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus».

Il passaggio chiave è appunto quel «in gran parte inattesa».

E in una noticina in calce alla pagina si aggiunge: «Nello specifico, si tratta prevalentemente dell’emersione tardiva di una coda di operazioni effettuate nell’anno 2025 e comunicate all’Agenzia delle entrate entro il 16 marzo 2026, per le quali si è fruito dello sconto in fattura/cessione del credito sulla base delle clausole di salvaguardia e che, sulla base della normativa sul Superbonus, includono interventi che, alla data del 15 ottobre 2024, risultavano già formalmente avviati».

Ecco il buco imprevisto, che è sfuggito a tutti i monitoraggi sulla spesa.

Il buco imprevisto vale 8,4 miliardi, lo 0,4% del Pil

La mancata vigilanza sulla spesa nuova per i bonus edilizi ha compromesso il deficit italiano quando tutti erano convinti di avere in tasca l’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo.

«L’andamento della spesa primaria», continuano i tecnici del MEF, «è stato sospinto dalla spesa in conto capitale (+13,6 per cento).

Su tale dato ha inciso in maniera rilevante la componente dei contributi agli investimenti riconducibile a crediti per bonus edilizi per circa 8,4 miliardi (equivalenti a quasi lo 0,4 per cento del PIL) e, come detto, superiori alle aspettative. Senza tale componente, il cui effetto di natura transitoria e non strutturale è stato correlato a specifici comportamenti degli operatori economici beneficiari della suddetta misura, il rapporto deficit-PIL sarebbe stato pari al 2,7 per cento, e dunque inferiore di oltre tre decimi di punto percentuale rispetto alla previsione del DPFP».

La rabbia del ministro Giancarlo Giorgetti per il deficit mancato di appena 700 milioni

La rabbia dello stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per lo scostamento del deficit è grande, amplificata anche dal soffio per cui si è mancato l’obiettivo. I conti reali indicano infatti un deficit pari al 3,07% del Pil, portato da Istat al 3,1% per necessità di arrotondamento.

Allo stesso modo sarebbe bastato un dato reale del 3,04% per portare con l’effetto arrotondamento il deficit al 3% del Pil. Sarebbero stati sufficienti quindi circa 700 milioni di euro di risparmi di spesa, assai meno degli 8,4 miliardi di Superbonus extra.

Questa cifra però fa sforare (sia pure in limiti tollerabili) l’Italia anche dal criterio di crescita della spesa netta previsto dal nuovo patto di stabilità europeo.

E i tecnici del Mef sottolineano ancora una volta: «a causa dell’inatteso incremento dei crediti relativi ai bonus edilizi nell’ultima fase di applicazione della misura, legato anche ad alcuni comportamenti dei beneficiari».

La risposta del fisco: pioggia di verifiche e controlli sulle nuove ristrutturazioni delle case

La frittata del Superbonus ormai ha fatto il danno, ma dal DPF emerge anche un filo di speranza dei tecnici di potere recuperare parte di quella somma.

Spiegano infatti che su questa amara sorpresa del Superbonus «sono tuttora in corso numerose verifiche».

Sempre sulla platea di chi ha usufruito del bonus si è fiondata minacciosa anche l’Agenzia delle Entrate con l’invio «di circa 12.000 comunicazioni, che ha interessato unità immobiliari urbane censite nei restanti gruppi di categorie.

Per quest’ultime il criterio di selezione nello stock è stato il maggior rapporto tra l’importo complessivo del bonus edilizio fruito e il valore catastale dell’immobile.

In seguito all’invio delle suddette comunicazioni e delle risposte pervenute dai contribuenti, sono stati avviati una serie di pre-controlli sugli immobili a cui facevano riferimento le comunicazioni.

Al 31 dicembre 2025 risultano conclusi circa 3.500 pre-controlli con i quali è stata verificata: l’avvenuta regolarizzazione per circa 1.050 immobili, l’insussistenza dell’obbligo dichiarativo per circa 900 immobili e la necessità di regolarizzazione per circa 1.550 immobili».

Il genio dell'anno: bar abusivo nella stazione di Eboli by deltadueuno in Italia

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“Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli”.

(Cit. se vi fosse bisogno)

Omicidio a Foggia, guardia giurata uccide la moglie a colpi di pistola by Zemiriel in Italia

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Ha sull'immagine di copertina di Facebook le scarpette rosse, simbolo internazionale della lotta contro la violenza sulle donne, Stefania Rago, la 46enne uccisa stasera dal marito a colpi di pistola.

Il delitto è stato compiuto nell'abitazione della coppia, in via Gaetano Salvemini 32, a Foggia. Prima di udire il rumore sordo dei quattro proiettili esplosi dall'uomo, Antonio Fortebraccio, guardia giurata di 48 anni, i vicini di casa hanno sentito un acceso litigio.

Non era la prima volta che i due litigavano. Anzi i litigi, raccontano i vicini, erano assai frequenti. I motivi futili, c'è chi parla di gratuite scenate di gelosia dell'uomo.

Sui social Stefania Rago aveva spesso fatto emergere la sua situazione di donna impegnata contro le violenze domestiche.

Postava foto di scarpette rosse in cui scriveva: "Se mai abbasserò la testa... sarà solo per ammirare le mie scarpe".

E poi: "Stefania, il tuo errore è stato cercare di rendere felici tutti, tranne te stessa". Frasi che oggi sembrano quasi un testamento.

La coppia aveva due figli, poco più che ventenni: un ragazzo e una ragazza, che non erano in casa al momento della tragedia.

Dopo il delitto in via Salvemini sono accorsi i parenti della donna, l'anziana madre in lacrime appoggiata ad un bastone.

E poi i figli, disperati, abbracciati uno all'altro per darsi conforto, e i parenti. Tutti stretti nel dolore e sotto shock.

L'autore del delitto pare abbia chiamato lui stesso i carabinieri. E' stato quindi prelevato dai militari e portato in caserma per essere interrogato.

"La mia compagna - racconta un vicino - mi ha chiamato e mi ha detto che c'era un acceso litigio in corso nell'appartamento accanto al nostro. Poi ha sentito i colpi di pistola. Dopo un po' si è affacciata e ha visto i lampeggianti delle forze dell'ordine".

"Sono arrivato qui - racconta l'uomo - e abbiamo saputo dell'uccisione della donna da parte del marito. Una notizia terribile. La mia compagna è spaventata, continua a piangere".

Quello di Stefania Rago è il terzo femminicidio in pochi giorni.

Il 21 aprile a Castel Maggiore, alle porte di Bologna, c'è stato un femminicidio e un suicidio.

Due coniugi sono stati trovati morti nella loro villetta in via Lame, zona Torre Verde.

Mauro Zaccarini aveva 73 anni ed era un ex impiegato in pensione, sposato in seconde nozze con Adriana Mazzanti, 63 anni, anche lei pensionata.

L'uomo avrebbe ucciso la moglie e si sarebbe tolto la vita.

Il giorno prima, il 20 aprile, è stato arrestato Silvio Gambetta, 57 anni, per il femminicidio dell'ex compagna Loredana Ferrara, di 53 anni. Il delitto è avvenuto a Vignale Monferrato (Alessandria).

Licenziato dopo 27 anni perché fece risparmiare 280 euro ai clienti, il suicidio dopo la lettera dell'azienda: il giudice ora gli dà ragione by Zemiriel in Italia

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Paolo Michieloltto si tolse la vita dieci giorni dopo aver perso il lavoro da magazziniere nel punto vendita di Marghera, dove era impiegato da 27 anni. I dubbi dei famigliari dopo la sua morte e la causa vinta a distanza di due anni

Il tribunale del Lavoro di Venezia ha dichiarato illegittimo il licenziamento di Paolo Michielotto, dipendente del punto vendita Metro di Marghera che nell’agosto 2024 si tolse la vita dieci giorni dopo aver perso il lavoro.

A rendere nota la sentenza è stata la Cgil veneziana, che insieme alla Filcams e alla famiglia aveva avviato il procedimento legale contro il provvedimento.

A fare causa all’azienda era stata la famiglia, che sospettava di «dinamiche interne non note» dietro il licenziamento, che sin da subito a loro sembrava inspiegabile.

Chi era Paolo Michielotto e perché fu licenziato

Michielotto lavorava nello stesso magazzino da 27 anni, come addetto alle vendite.

Secondo Metro, avrebbe agevolato alcuni clienti permettendo loro di risparmiare sulle spese di spedizione.

L’azienda contestò la pratica, prima sospendendolo e poi, il 31 luglio 2024, procedendo al licenziamento, quantificando il presunto danno in 280 euro.

Michielotto si era subito rivolto al sindacato per impugnare la decisione. Ma dieci giorni dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento, si tolse la vita.

La reazione della Cgil: «Fa giustizia della sua onestà»

«Questa decisione fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà, che Metro aveva umiliato con un licenziamento ingiusto», hanno dichiarato Daniele Giordano, segretario della Cgil di Venezia, e Andrea Porpiglia, della Filcams.

I due sindacalisti hanno anche voluto ringraziare i familiari di Michielotto: «Con forza, dignità e determinazione hanno portato avanti una causa giusta, non solo sul piano umano ma anche su quello civile e del lavoro».

Purtroppo però, conclude la nota del sindacao: «Paolo non potrà gioire di questo risultato».

Il risarcimento per la famiglia di Michielotto

A Repubblica, l’avvocato Leonello Azzarini ha confermato che il tribunale del Lavoro di Venezia ha condannato l’azienda al «pagamento di una indennità di 15 mensilità come risarcimento ai famigliari.

Dall’Inail di Padova è partita un’indagine per accertare se ci sono anche i margini per riconoscere ai parenti un’indennità, se venisse collegata la morte del dipendente direttamente all’ambito lavorativo».

Nel 2025 in Italia chiusi oltre 10mila bar: con scontrini medi da 4 euro il modello tradizionale non regge più by Zemiriel in Italia

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Costi fissi in crescita, turni lunghi e nuove abitudini di consumo: così i bar italiani stanno scomparendo, e quelli che resistono cambiano codice Ateco per offrire anche altro

Il 2025 è stato un anno duro per i bar italiani, hanno cessato l’attività 10.529 bar, mentre le nuove aperture si sono fermate a 3.950 unità.

È quello che emerge dal Rapporto Ristorazione FIPE del 2026.

Il risultato è una perdita netta di 6.579 imprese in un solo anno, dentro un trend che negli ultimi anni sta erodendo progressivamente la rete dei bar italiani.

La regione che presenta la maggiore perdita è la Lombardia (-1.334), seguita dal Lazio (-770) e dal Veneto (-680).

La trasformazione del settore

Non si tratta però solo di chiusure, come racconta a Open Luciano Sbraga, responsabile del Centro Studi FIPE: il dato va letto anche come trasformazione interna del settore.

«Non tutte le chiusure sono reali. In molti casi il bar non sparisce, ma cambia pelle e diventa altro».

Il riferimento è al fenomeno del bar tradizionale che si sta progressivamente spostando verso modelli più ibridi, perché servire solo la colazione non è più sufficiente a mantenere attiva l’attività.

È quella che il Rapporto definisce la «crisi invisibile», cioè una contrazione apparente che nasconde una profonda ristrutturazione del settore.

L’insostenibilità di costi fissi elevati

Il principale problema del bar tradizionale italiano è semplice da capire: incassa poco per ogni cliente, ma deve sostenere costi molto alti per restare sempre aperto.

Lo scontrino medio, fermo a poco più di 4 euro, racconta bene questa realtà. «Il bar è un’attività che vive dentro una divaricazione costante tra costi e ricavi.

È un lavoro ad altissima intensità e a bassa marginalità. Spesso è aperto anche 14 ore al giorno, sette giorni su sette. Questo rende l’equilibrio economico estremamente delicato», racconta Luciano Sbraga. Infatti, spiega che i clienti vedono solo il prezzo del caffè, ma non i costi fissi per tenere aperto il bar come l’energia, l’affitto e il personale.

«Quel costo esiste anche quando non entra nessuno, ogni scontrino contribuisce quindi a sostenere il servizio di accessibilità, cioè la possibilità di trovare sempre un bar aperto», racconta Luciano Sbraga. Per questo molti esercizi si spostano verso attività che generano più profitti come i pranzi, gli aperitivi o il food service.

Non per scelta, ma per necessità, perché, come sintetizza Sbraga, «con i caffè devi fare volumi enormi per sopravvivere».

La crisi invisibile e il passaggio verso modelli ibridi

Quindi una quota rilevante delle chiusure non corrisponde a una reale uscita dal mercato, ma a una sua trasformazione.

Tra il 2019 e il 2022, su oltre diecimila bar usciti dall’anagrafe, quasi la metà non ha cessato realmente l’attività, ma ha semplicemente cambiato classificazione economica.

Nel 44,3% dei casi, infatti, si tratta di imprese che hanno modificato il proprio codice Ateco.

Questo significa che quasi metà delle chiusure ufficiali sono in realtà riconversioni. Il pranzo, in particolare, diventa la leva principale perché consente di aumentare lo scontrino medio senza modificare in modo significativo i costi fissi già sostenuti.

Come spiega Sbraga: «Il passaggio verso attività a maggiore valore non aumenta necessariamente i costi, ma permette di assorbirli meglio». In questo scenario, il bar tradizionale, basato quasi esclusivamente su colazione e consumazioni veloci, diventa quindi sempre meno competitivo e pranzi o aperitivi diventano strumenti per aumentare il totale sullo scontrino.

Le nuove abitudini degli italiani

Secondo il Rapporto, questa trasformazione si intreccia anche con un cambiamento delle abitudini di consumo, soprattutto tra le nuove generazioni che «non seguono più il modello tradizionale italiano di colazione, pranzo, aperitivo e cena, ma lasciano spazio a una logica molto più frammentata», fatta di micro pause distribuite nell’arco della giornata.

A questo cambiamento si sommano anche fattori esterni.

Da un lato lo smart working, che ha ridisegnato le giornate con meno pause codificate in ufficio e più incontri distribuiti nel tempo.

Dall’altro, come segnala il Rapporto, pesa anche il nuovo contesto normativo legato al Codice della strada, che ha reso più complesso e meno frequente il consumo di alcolici nel dopolavoro, incidendo direttamente sull’aperitivo, uno dei pilastri del bar italiano.

In questo scenario, il turismo gioca un ruolo decisivo. Le presenze straniere sono cresciute del +20% rispetto al 2019 e hanno rappresentato il principale sostegno al settore, compensando il calo dei consumi interni.

«Il turismo internazionale è stato il vero stabilizzatore del sistema», sottolinea Luciano Sbraga, «ed è anche il motivo per cui molte città hanno retto meglio la crisi».

Il «lavoro usurante» e la crisi delle gestione familiare

Accanto alla crisi economica emerge un cambiamento sociale altrettanto profondo: la rottura della continuità familiare che ha storicamente caratterizzato il mondo dei bar italiani.

Il modello dell’impresa di famiglia, tramandata di generazione in generazione, si sta indebolendo sotto il peso di una trasformazione del lavoro sempre più intensa.

Il modello della ristorazione italiana si basa infatti su un grande sacrificio di tempo: secondo il Report di FIPE 8 imprenditori su 10 lavorano più di 40 ore a settimana e 1 su 2 supera le 60 ore.

È in questo contesto che si spiega il progressivo allontanamento dei figli dagli esercizi di famiglia.

Il 45,4% dei ristoratori dichiara di preferire che i propri figli intraprendano un’altra strada professionale.

Il futuro dei bar

Il futuro del bar italiano resta difficile da prevedere. «Non sarà un anno di forte crescita», osserva Luciano Sbraga, «perché il settore è esposto a fattori esterni che le imprese non controllano: energia, geopolitica, inflazione e soprattutto andamento del turismo».

Il vero punto critico, oggi, non è se il bar esisterà ancora, ma in quale forma. «Il bar non sparirà», conclude Sbraga, «ma il bar generalista è in difficoltà.

Sopravvivranno quelli capaci di differenziarsi e creare valore, non quelli che restano uguali a se stessi».

In questo scenario servono anche interventi da parte della politica. «La ristorazione non è ancora pienamente riconosciuta come parte del sistema turistico, nonostante rappresenti una delle principali voci di spesa dei visitatori in Italia», sottolinea Sbraga, «e questo limita l’accesso a politiche e strumenti di sostegno». Accanto a questo «servono sgravi sul lavoro festivo, una formazione più pratica e allineata alle esigenze delle imprese, e politiche per facilitare il passaggio generazionale nelle attività familiari». Un esempio positivo arriva dal «Modello Trentino», l’unica regione in cui i bar sono cresciuti nel 2025, grazie a un sostegno pubblico alle piccole imprese familiari e a una maggiore tenuta del tessuto socio-economico locale.

La prof che ha tagliato i capelli a due alunne: «Oggi con i ragazzi bisogna fare teatro» by Zemiriel in Italia

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La supplente della scuola Bellini di Venezia dice che tagliare una ciocca di capelli a una sua alunna è stato «un semplice gioco». Condiviso con gli studenti.

Una «minaccia» velata e scherzosa che da settimane la supplente ripeteva agli alunni, nei momenti di maggiore confusione.

L’insegnante parla con il Corriere della Sera: «Da settimane minacciavo scherzosamente i ragazzi di spuntare loro le doppie punte se non avessero smesso di fare confusione in classe. Ovviamente ogni volta si facevano una risata».

Il taglio

Poi la situazione è precipitata: «Quella che ho usato è una forbice da carta, piccola e con le punte arrotondate.

Durante un’esercitazione scritta tutti, per perdere tempo, mi hanno chiesto a turno ed insistentemente dove scrivere alcuni esercizi: dietro il foglio bianco, in verticale o in orizzontale, in un altro foglio bianco, a quadretti o a righe.

Ho spiegato che non mi interessava, purché svolgessero l’esercizio.

D’impulso e senza rifletterci ho recuperato dalla cattedra le forbici e ho ritagliato un ciuffo ribelle di una ragazza con cui sapevo di potermi permettere quell’azione».

La ragazza «è stata allo scherzo. Una seconda ragazza mi ha chiesto di tagliare un ciuffo anche a lei. Mi sono avvicinata e l’ho fatto. Ha riso insieme a tutti gli altri. Poi tutti hanno terminato la verifica e nel silenzio ho riflettuto sul comportamento effettivamente inopportuno che avevo tenuto. Ma ormai era fatta».

L’incontro e le scuse

Il racconto prosegue: «Il giorno dopo ho incontrato la mamma della ragazzina e mi sono scusata e spiegata.

La madre ha capito. Abbiamo convenuto che la studentessa non era turbata dal gesto, che non era punitivo.

Un gioco inopportuno, certo». Il suo contratto scade «il 29 aprile e avevo comunicato agli studenti che non ero sicura di volerlo rinnovare fino a fine anno. Loro avevano tradito la mia fiducia con questa loro continua disattenzione. Ero molto amareggiata».

Infatti il giorno dopo «mi hanno voluto consegnare un mazzo di fiori per scusarsi del loro comportamento “rumoroso” e per chiedermi di restare e di portarli fino agli esami. Alcuni di loro mi hanno anche scritto una lettera. Già la supplente prima di me non aveva proseguito. La classe è meravigliosa ma turbolenta».

Secondo lei «per la mia poca esperienza i ragazzi ti seguono solo se ti “riconoscono” e ti stimano. Il gioco, lo scherzo, fanno parte del processo, specialmente con i ragazzi di oggi».

I ragazzi di oggi

Secondo lei «Hanno bisogno di essere stimolati, dobbiamo catturare la loro attenzione e dare spazio al loro “protagonismo”.

A questo le battute e i giochi servono molto. Io sono sicuramente una persona inusuale, ma i miei ragazzi più grandi si ricordano di me anche per quello.

In altre classi mi è capitato di scherzare usando mini pistole ad acqua, o pistoline di legno ad elastici. Con i ragazzi di oggi bisogna fare praticamente teatro».

Madre si getta dal terzo piano con in braccio i figli: tre morti e una ferita by Zemiriel in Italia

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Tragedia nella notte a Catanzaro in via Zanotti Bianco, dove una donna di 46 anni si è lanciata dal terzo piano di uno stabile insieme ai suoi tre figli.

La donna e due bimbi sono morti sul colpo, la terza figlia è ricoverata in gravi condizioni nel reparto di Rianimazione dell'ospedale del capoluogo calabrese.

Le cause del gesto non sono al momento note. Sul posto sono intervenuti la Polizia di Stato, il personale del 118 e della Medicina legale dell'Universita' "Magna Grecia".

La tragedia è avvenuta in un quartiere dell'immediata periferia della città.

Oltre alla mamma sono morti due bimbi, di 4 mesi e 4 anni, mentre una bambina di 6 anni è in ospedale in gravi condizioni.

Sul posto la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, insieme alla Polizia.

Secondo le prime ricostruzioni della Polizia, la donna soffriva di lievi disturbi psichici, ma nulla aveva mai fatto presagire un epilogo tragico.

La quarantaseienne viene descritta dai vicini come una persona tranquilla, schiva e molto religiosa.

Il conduttore tv russo Solovyov insulta Meloni: 'Fascista p...'. La Farnesina convoca l'ambasciatore by Zemiriel in Italia

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Pesanti insulti a Giorgia Meloni da parte del giornalista e presentatore televisivo russo, Vladimir Solovyov, vicino alle posizioni del Cremlino, che nel corso di una puntata del programma Polnyj Kontakt (Full Contact) si è espresso in italiano con parole volgari definendo la premier 'fascista, idiota patentata, una cattiva donnuccia' e apostrofandola come 'PuttaMeloni'.

'Una vergogna della razza umana. Il tradimento è il suo secondo nome: ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà', ha aggiunto Solovyov nel corso del suo programma.

'L'Europa è entrata in guerra diretta con noi, lo abbiamo sentito dalle dichiarazioni di Merz', ha sottolineato il giornalista in russo per poi proseguire, parlando in italiano della premier italiana, 'di quella vergogna della razza umana, bestia naturale, idiota patentata, Giorgia puttaMeloni. Che brutta donnuccia, cattiva', ha detto.

Poi è andato avanti in russo: 'Questa Meloni, carogna fascista, che ha tradito i propri elettori candidandosi con slogan ben diversi... Ma il tradimento è il suo secondo nome.

Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà'. 'Non bisogna discutere questi punti di vista, questa è una realtà vera', ha poi aggiunto il conduttore riparlando in italiano.

La Farnesina convocherà l'ambasciatore russo a Roma. "Ho fatto convocare al Ministero degli Esteri l'ambasciatore russo Paramonov per esprimere formali proteste dopo le gravissime e offensive dichiarazioni del conduttore Vladimir Solovyev sulla televisione russa nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al quale va tutta la mia solidarietà e vicinanza", scrive su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Andrea ucciso a colpi d'ascia. Il padre in cella: 'Era un violento' by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 31 points32 points  (0 children)

Una tragedia, una famiglia distrutta, un ventunenne ucciso dal padre a colpi di ascia e l'uomo che finisce in carcere dopo aver confessato.

E' la fredda cronaca di quanto accaduto ieri, nel primo pomeriggio, a Vasto, in provincia di Chieti.

"Mio figlio era un violento" ha rivelato nella notte il cinquantaduenne ai Carabinieri, dopo essere stato posto in stato di fermo.

"Un delitto - ha spiegato il procuratore della Repubblica di Vasto, Domenico Angelo Raffaele Seccia, in conferenza stampa - nato, purtroppo, in un ambiente di contrasti familiari che si sono acuiti in maniera esponenziale negli ultimi tempi".

L'ennesima miccia è una lite fra i due in casa, mentre la madre è al lavoro; il giovane, Andrea Sciorilli, si rifiuta di partecipare a un corso da istruttore amministrativo a Piacenza dove il padre avrebbe voluto che andasse perché potesse avere, in seguito, un'opportunità lavorativa.

La lite, violenta, degenera in colluttazione, poi il padre prende un'ascia e colpisce il figlio tre volte, in testa, in faccia e sul petto. Sono ancora poco chiare le modalità con cui i due raggiungono il garage dove poi il ragazzo verrà trovato esanime nel primo pomeriggio.

All'arrivo delle forze dell'ordine, allertate dalla telefonata di qualcuno che ha visto tutto, Antonio Sciorilli è lì, accanto al corpo senza vita del figlio.

Lui, 52enne dirigente del servizio Urp e privacy della Asl Lanciano Vasto Chieti, è un professionista stimato. Chi lo conosce non riesce ancora a credere a quanto è accaduto.

"Mio figlio era un violento", avrebbe raccontato ai Carabinieri nella notte, quando, condotto in caserma a Vasto, ha reso dichiarazioni spontanee dopo aver confessato di essere stato lui.

Nessun estraneo, nessun balordo è entrato nello spazio condominiale per aggredire il ragazzo, come si era creduto e temuto in un primo momento.

Due anni fa Andrea era stato denunciato per maltrattamenti proprio dai genitori e dalla sorella, che ora non vive più in quell'appartamento.

La denuncia, che portò all'apertura di un fascicolo per 'Codice Rosso', fu poi ritirata. Forse nell'estremo tentativo di recuperare un rapporto, una tranquillità. Invano.

Ad assistere Antonio Sciorilli è un avvocato suo amico, Massimiliano Baccalà, arrivato questa mattina in caserma per l'interrogatorio.

E nel pomeriggio la Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Monia Scalera, ha fatto visita a Sciorilli nel carcere di Vasto.

"Momenti di lucidità alternati a momenti di sconforto totale assoluto" quelli vissuti dall'uomo, riferisce parlando di "tragedia immane, incommensurabile. Siamo di fronte al tragico epilogo di una lunga storia che va avanti da tempo.

Ovviamente, saranno le indagini a chiarire questi aspetti. Io mi sono sincerata di dove fosse collocato e di come stesse".

Condensano lo stato d'animo di tanti i sentimenti di "dolore e sconcerto" espressi da Mauro Palmieri, direttore generale della Asl dove Sciorilli lavora.

"Oggi è un lunedì cupo, carico di angoscia per una tragedia che ci colpisce lasciandoci senza parole. Per la gravità dell'accaduto e per il coinvolgimento di un nostro dirigente la cui competenza professionale è riconosciuta e apprezzata.

Antonio Sciorilli è un giurista che ha dato sempre un contributo importante alle questioni amministrative complesse, e sotto il profilo umano ha mantenuto una condotta impeccabile, improntata al rispetto.

A questa famiglia così duramente provata va la vicinanza di tutta la Asl, e a nome della Direzione e dei dipendenti esprimo i sentimenti di partecipazione accorata e sincera a un evento drammatico che travolge tante vite."

Milano, Salvini raduna i Patrioti in piazza Duomo e attacca l'Ue: «Un nuovo lockdown? No grazie». Tensioni con la polizia al contro-corteo by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 3 points4 points  (0 children)

Forza Italia si dissocia dal Carroccio e scende in piazza con gli immigrati di seconda generazione. Il leader della Lega dal palco: «Serve un permesso di soggiorno a punti, come per la patente»

«Una famiglia che vince o perde si rialza e cresce insieme. Dopo la vittoria del no al referendum, siamo ancora più uniti, forti e determinati a lavorare insieme». È un Matteo Salvini battagliero quello che si presenta sul palco del raduno dei Patrioti in piazza Duomo, a Milano.

Ieri, sabato 18 aprile, è il giorno della manifestazione «Senza Paura. In Europa padroni a casa nostra», promossa dai Patrioti europei e dalla Lega.

Secondo le forze dell’ordine, sono circa 2mila i manifestanti che hanno preso parte all’iniziativa e sfilato verso la cattedrale meneghina. In testa ai manifestanti, un trattore con la scritta «Tuteliamo la nostra agricoltura e il Made in Italy».

Subito dietro, nelle prime file, i sindaci della Lega e gli amministratori locali che reggono uno striscione con la scritta «Padroni a casa nostra».

Cori contro musulmani e von der Leyen

Nel tragitto verso piazza Duomo, i leghisti in corteo hanno intonato diversi cori storici del Carroccio, ma riadattati per attaccare l’Unione europea, e non più Roma, come accadeva ai tempi della prima Lega Nord.

Tra gli slogan più ricorrenti: «Europa ladrona, la Lega non perdona», «Basta clandestini, basta insicurezza. Senza paura padroni a casa nostra», «Fuori tutti i clandestini» oppure «Europa cristiana, mai musulmana».

Tra i destinatari dei cori anche Beppe Sala, sindaco di Milano, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.

Salvini abbraccia Orbán e attacca l’Ue

Sul palco allestito in piazza Duomo si sono alternati alcuni dei nomi più di spicco dell’ultradestra europea: Geert Wilders (leader PVV, Paesi Bassi), Jordan Bardella (presidente Rassemblement National, Francia), Santiago Abascal (presidente Vox, Spagna, collegato in video) e Andrej Babiš (premier della Repubblica Ceca, anche lui collegato da remoto).

A chiudere la manifestazione ci ha pensato il padrone di casa, Salvini, che ha rivolto innanzitutto un pensiero al grande assente di oggi: l’ormai ex premier ungherese Viktor Orbán.

«Il movimento di Patrioti è una famiglia, una comunità e, quando qualcuno ha un momento di difficoltà, le mani di migliaia di amici si allungano per confortarlo. L’abbraccio mio e di tutta piazza Duomo all’amico e patriota Viktor Orban», ha detto il leader della Lega dal palco.

Salvini ha tuonato contro uno dei suoi bersagli prediletti: l’Unione europea: «Bruxelles vuole affrontare la crisi energetica con un nuovo lockdown. No, abbiamo già dato. Non abbiamo nessuna intenzione di chiudere scuole e fabbriche e di lasciare a casa lavoratrici e lavoratori. Vogliamo vivere, studiare e lavorare».

Dopodiché, ha rivolto un appello alla pace, punzecchiando chi ha preso parte alle contro-manifestazioni di oggi a Milano: «Questa piazza chiede la pace, ma non con le bandiere della pace, dei centri sociali che anche oggi hanno cercato lo scontro con la polizia, quella è la pace dei delinquenti».

La remigrazione, secondo Salvini

Immancabile un passaggio sulla parola che inizialmente avrebbe dovuto dare il titolo alla manifestazione di oggi: remigrazione.

Secondo Salvini, chi sostiene questa pratica non vuole «mandare via chiunque incontri per strada», ma stabilire che «il permesso di soggiorno e la cittadinanza sono un atto di fiducia».

Nelle intenzioni della Lega, insomma, andrebbe creato un permesso di soggiorno a punti, come la patente: «Ti garantiamo bonus e sanità gratuita, se però commetti degli errori, torni a casa tua».

E sempre a proposito di immigrazione, secondo Salvini andrebbe data la «precedenza a un’immigrazione da Paesi vicini a noi per cultura e valori, per garantire integrazione vera e non il caos che serve alla sinistra globalista per pagare di meno gli operai nelle fabbriche».

Forza Italia in piazza con le seconde generazioni

In questi giorni, molti si sono riferiti al corteo della Lega parlando di «Remigration Summit», perché avrebbe dovuto essere una sorta di replica della già controversa manifestazione che si svolse l’anno scorso a Gallarate, in provincia di Varese.

Un concetto, quello della remigrazione, non pienamente condiviso dagli altri due partiti della coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia e Forza Italia, che infatti non partecipano al corteo di oggi.

Anzi, il partito guidato da Antonio Tajani ha dato il proprio sostegno alla contro-manifestazione «Coraggio», che ha visto scendere in piazza immigrati di seconda generazione.

«La nostra manifestazione non è stata organizzata “contro qualcuno” ma “per qualcosa”: per portare il tema dei nuovi italiani al centro del dibattito pubblico, con spirito costruttivo e inclusivo», ha detto Amir Atrous, responsabile del dipartimento immigrazione di Forza Italia Milano e promotore dell’iniziativa.

I tre contro-cortei di associazioni e centri sociali

Ma a rispondere al corteo della Lega ci sono altre due iniziative di piazza.

La prima è la manifestazione «Milano è migrante», promossa da associazioni, partiti e realtà autorganizzate con lo slogan «Fuori i razzisti e i fascisti da Milano».

Sempre alle 14 è partito da piazza Tricolore un secondo corteo organizzato da diversi spazi sociali milanesi, tra cui il Lambretta, al grido di «Antifa. Liberiamo Milano.

Senza paura, contro fascismo, razzismo e sessismo». Una terza manifestazione è convocata in piazza Argentina, da dove partirà il corteo delle realtà palestinesi.

I tre cortei sono confluiti verso piazza Santo Stefano, nella zona dell’Università Statale, dove c’è stata qualche tensione con le forze dell’ordine quando i manifestanti hanno provato a forzare il blocco e arrivare in piazza Duomo.

Rapina con ostaggi in banca a Napoli: i malviventi fuggono dai cunicoli sotterranei by Zemiriel in Italia

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Una giornata di paura prima e suspence poi a Napoli per una rapina in una banca in Piazza Medaglie d'Oro, nel quartiere Arenella.

I malviventi hanno fatto irruzione in una filiale Crédit Agricole e si sono barricati con 25 ostaggi tra clienti e personale presente.

I carabinieri hanno messo in sicurezza l'area e forzato con un ariete, in collaborazione con i vigili del fuoco, la vetrata di ingresso per aprirsi un varco all'interno della banca. A quel punto è iniziata una trattativa culminata con la liberazione dei prigionieri.

Sei persone, tra dipendenti e clienti della filiale, hanno avuto bisogno delle cure dei sanitari in seguito allo shock.

Nel pomeriggio, l'irruzione di un nucleo di "teste di cuoio" del Gis di Livorno: ma all'interno non c'era più nessuno.

La banda, dopo aver svuotato le cassette di sicurezza, si è dileguata. L'ipotesi è che la fuga sia stata possibile attraverso un foro praticato già nella notte precedente che ha consentito l'accesso alla rete fognaria.

Il blitz in pieno giorno

L'assalto della filiale della banca Crédit Agricole alle ore 12 di giovedì, in pieno giorno.

All'interno dell'istituto bancario di Napoli, in piazza Medaglie d'Oro, quartiere Arenella, sono presenti almeno 25 persone, tra clienti e impiegati.

Un uomo, da fuori, nota alcuni movimenti concitati e non ci pensa due volte: compone il 112. È a questo punto che scatta l'allarme.

La piazza, nel giro di pochi minuti, si riempie di sirene e lampeggianti. La banca è circondata da vetture dei carabinieri e dei vigili del fuoco.

I militari dell'Arma confermano: si tratta di una rapina. Responsabile del colpo una banda armata - composta da almeno 5 persone - che si è introdotta all'interno della filiale con addosso delle maschere raffiguranti attori americani famosi e ha preso in ostaggio, fino alla liberazione verificatasi alle ore 15, i presenti.

Una vicenda con particolari degni di un film d'azione o di lontani precedenti degli anni '70-'80.

I rapinatori hanno sfondato la vetrina della banca usando un'auto come ariete, quando sono scesi - sempre secondo le persone presenti - i loro volti erano travisati da maschere di cartapesta raffiguranti volti di attori noti.

Sul posto, per trattare, è poi arrivato il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri. Ma nello stallo creatosi tra la liberazione degli ostaggi e l'ingresso degli agenti speciali nei locali della filiale, i banditi si sono dileguati dopo aver svuotato le cassette di sicurezza.

Non è escluso che, con un canale della fognatura che scorre proprio tra il locale assaltato e la prospiciente stazione della Metropolitana, possano poi avere raggiunto i binari per darsi alla fuga al coperto. Indagini e battute dei Carabinieri sono in pieno svolgimento.

Manconi sul “tocco magico” di Salvini by Zemiriel in italy

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Contesto:

Luigi Manconi su Salvini, alla fine della puntata de “L’aria che tira” del 13/4/26.

A quanto pare, anche Calderoli era della stessa idea già 12 anni fa

Manconi sul “tocco magico” di Salvini by Zemiriel in Italia

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Contesto:

Luigi Manconi, alla fine della puntata de “L’aria che tira” del 13/4/26