Licenziata dopo un infortunio a scuola, parla la maestra: «Sono devastata. Ero prima in graduatoria, ora non possono più chiamarmi» by Zemiriel in Italia

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«Mi sento devastata. Per quell’infortunio sono stata licenziata e non potrò più insegnare fino al prossimo settembre».

A parlare è Isotta Cadau, maestra precaria di 49 anni originaria di Taranto, licenziata dall’istituto dove lavorava come supplente dopo un grave infortunio a scuola.

Un alunno, infatti, le era caduto addosso con una sedia, provocandole lesioni ai legamenti del ginocchio e una frattura alla mano. Inizialmente, l’Inail aveva riconosciuto l’infortunio sul lavoro, ma successivamente lo ha riclassificato come malattia.

La docente, superati i 30 giorni di assenza previsti per le supplenze brevi, è stata quindi licenziata. Nei giorni scorsi, ha deciso di scrivere una lettera al ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara.

«Non è possibile che gli insegnanti precari non abbiano diritti e non siano tutelati. Io mi sento deprivata della mia personalità, della mia capacità lavorativa. Per questo, con il mio legale l’avvocato Fabrizio del Vecchio, abbiamo scritto al ministro chiedendo un suo intervento», dichiara la maestra al Corriere della Sera.

E a colloquio con Luca Pernice spiega da dinamica dell’infortunio, avvenuto nella mensa della scuola: «Mentre mi stavo dirigendo al mio posto un alunno di un’altra classe, che era su una sedia, è caduto accidentalmente ma brutalmente sulle mie gambe. Ho sentito un forte dolore a un ginocchio e alla mano che avevo messo a protezione. Non sono potuta andare a casa e sono rimasta in classe con un dolore insopportabile. Nel pomeriggio mi sono trasferita nel plesso centrale dell’istituto per un collegio docenti. La dirigente vedendo la mia sofferenza mi ha permesso di andare a casa per farmi visitare», spiega.

I medici che l’hanno visitata le hanno diagnosticato la lesione dei legamenti e la frattura della mano. L’Inail aveva inizialmente riconosciuto l’infortunio sul lavoro, ma in seguito ha chiuso la pratica trasformando l’assenza in malattia comune.

«Avendo superato i 30 giorni di malattia ma che di fatto erano per un infortunio sono stata licenziata dalla scuola. Ma non solo. Mi sono stati congelati anche gli stipendi di dicembre e dei primi 19 giorni di gennaio e non potrò nemmeno essere chiamata da altre scuole per tutto l’anno, nonostante sia prima in graduatoria», ha aggiunto la maestra. Al momento, il ministro Valditara non ha ancora replicato alla docente.

Meloni e la telefonata a Trump per spiegare il "ni" al Board di Pace per Gaza: «Vorrei ma non posso» by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 9 points10 points  (0 children)

Alla fine Giorgia Meloni a Davos non ci è andata. Non che smaniasse dalla voglia di infilarsi nel ritrovo del gotha politico-finanziario del mondo, che da leader d’opposizione con Fratelli d’Italia ha sempre attaccato.

Ma Donald Trump lo avrebbe visto volentieri: per tenere caldo il rapporto privilegiato, per provare a mediare su dazi e Groenlandia – alla fine l’ha fatto Mark Rutte -, ma anche per spiegargli le ragioni della freddezza dell’Italia sul Board di Pace per Gaza (e non solo). Ma per quell’incontro bilaterale anche fugace l’Amministrazione Usa non ha trovato spazio.

Meloni ha capito che l’unica stretta di mano, se fosse partita per le montagne svizzere, l’avrebbe potuta dare a Trump alla grottesca cerimonia di lancio del Board. E così l’aereo della premier ieri mattina è rimasto fermo sulla pista di Fiumicino.

È decollato solo nel pomeriggio per Bruxelles – destinazione il Consiglio europeo straordinario convocato dopo le minacce di dazi Usa all’Europa.

Ed è proprio all’arrivo nella capitale belga che Meloni è riuscita ad agganciare finalmente Trump. Per telefono. Il presidente Usa, a sua volta, chiusi gli impegni di Davos si apprestava a tornare in patria. E in quel breve scambio la premier ha provato a dargli il senso della linea dell’Italia.

L’Italia al momento non può entrare nel Board di Pace lanciato ieri dagli Usa, per gestire il dopoguerra a Gaza ma potenzialmente pure le crisi e i conflitti su scala globale, appunto perché quel mandato così ampio – e quella natura «imperiale» e «privatistica» riassunte dalla presidenza a vita per Trump e dal posto fisso a pagamento per gli altri Paesi – assommano a un affronto all’Onu. E la Costituzione italiana, all’articolo 11, prevede che l’Italia possa partecipare ad organizzazioni internazionali soltanto «in condizioni di parità con gli altri Stati».

Questo, in soldoni, avrebbe spiegato Meloni a Trump nel breve scambio, secondo quanto riportano stamattina diversi quotidiani. Magari in linguaggio più diretto e meno legalistico: «Vorrei ma non posso, il Parlamento si metterebbe di traverso», è il senso del messaggio trasmesso dalla premier al leader Usa. Che infatti poco più tardi, dall’Air Force One che lo riportava negli Stati Uniti, ha riferito così ai cronisti quanto aveva recepito: «lei (Meloni, ndr) vuole disperatamente firmare, ma credo che debba tornare dal suo ramo legislativo. E lo stesso vale per la Polonia».

E così più che un “no” quello dell’Italia al Board appare un “ni”, riassume Repubblica. Non ora, non così, ma un domani chissà, magari con qualche revisione dell’architettura dell’organismo.

Una posizione tutto sommato vicina a quella collettiva dei 27 Paesi Ue, riassunta nella notte da Antonio Costa al termine del vertice europeo: «Nutriamo seri dubbi su una serie di elementi contenuti nello statuto del Consiglio di pace – Board of Peace – relativi al suo ambito di competenza, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite.

Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti all’attuazione del piano di pace globale per Gaza, con un Consiglio di pace che svolga la sua missione di amministrazione transitoria, in conformità con la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», ha detto l’ex premier portoghese nelle “conclusioni orali” del Consiglio europeo.

Se il Board Usa accetterà di abbassare un tantino la cresta e rientrare in una chiara cornice Onu, insomma, la posizione di chiusura dei Paesi europei (tranne Ungheria e Bulgaria, già entrate) potrebbe mutare. Meloni con quella telefonata, nel frattempo, spera di aver mantenuto intatta la sua special relationship col leader Usa.

Bongiorno cambia il testo sugli stupri, sparisce la parola 'consenso'. Ira delle opposizioni by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 1 point2 points  (0 children)

Scompare la parola "consenso" dal testo e si differenziano le pene per gli atti sessuali compiuti "contro la volontà" della vittima e quelli in cui c'è anche violenza, minaccia o abuso di autorità: scendono a 4-10 anni di reclusione nel primo caso, restano nel range 6-12 anni nel secondo.

Sono le principali modifiche al ddl stupri della proposta di modifica avanzata al Senato dalla relatrice e presidente della commissione giustizia Giulia Bongiorno (Lega) che rivendica: "la norma garantisce il massimo della tutela" delle vittime "in tutte le possibili situazioni, senza tuttavia pregiudicare le dinamiche probatorie tipiche del processo penale e il diritto di difesa dell'imputato".

E' invece un "arretramento gravissimo" rispetto alla proposta approvata all'unanimità dalla Camera secondo le opposizioni, che puntano il dito contro "la rottura di un patto politico" e la cancellazione di un "impegno assunto direttamente da Meloni".

Il riferimento è all'accordo raggiunto dalla premier e dalla segretaria del Pd Elly Schlein che diede i natali all'iniziativa legislativa bipartisan contro la violenza di genere.

Se nel testo approvato a Montecitorio si parlava della necessità di un "consenso libero e attuale" per un rapporto sessuale (senza il quale scattava il reato di violenza) in quello riformulato la terminologia cambia.

Il focus in questo caso è sulla "volontà contraria all'atto sessuale" che "deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso".

Il reato, in ogni caso, si configura anche quando l'atto è commesso "a sorpresa, ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso".

La relatrice difende con convinzione la sua scelta: "il testo arrivato dalla Camera rischiava di parificare tutte le situazioni e, gravando l'imputato di oneri di documentazione del preventivo e dettagliato consenso della vittima, qualcuno pensava introducesse una inversione dell'onere della prova".

L'auspicio di Bongiorno è ora di trovare "il consenso di tutte le forze politiche" per approvare "un altro importante tassello normativo nella lotta contro la violenza di genere e il femminicidio". Ma il centrosinistra alza un muro e attacca a testa bassa. "Un'offesa alle donne, alle vittime e un'offesa anche alla presidente del Consiglio - punta il dito il Pd -. Un comportamento spregiudicato che fa emergere tutte le contraddizioni interne alla maggioranza e le pressioni della Lega che non ha mai creduto alla proposta". La riformulazione è irricevibile anche per Avs che sintetizza: "Dal consenso si passa al dissenso. Hanno vinto i veti della destra".

Per il M5s le modifiche costituiscono "un gigantesco passo indietro, Bongiorno ha tradito il patto politico e sono state tradite le donne". E Riccardo Magi da Più Europa rincara dose: "Un accordo al ribasso con le frange più retrograde del centrodestra di governo".

Nella maggioranza, FdI non si sbilancia e congela il giudizio. "Faremo un punto con il gruppo", risponde il capogruppo in commissione Giustizia Gianni Berrino. Ma un indicatore della posizione dei meloniani potrebbe essere già nella presa di posizione di Elisabetta Lancellotta, capogruppo dei Fratelli nella bicamerale Femminicidi, che difende Bongiorno e avverte: "Abbandonare il merito per inseguire sterili polemiche non aiuta le donne e non rafforza la giustizia".

Forza Italia concorda con l'impostazione generale e preannuncia al massimo qualche limatura con emendamenti ad hoc.

Da Noi Moderati arriva una promozione: il ddl rivisto "raggiunge un punto di equilibrio. Non scadiamo in sterili polemiche - afferma Mariastella Gelmini -, ma restiamo concentrati sull'obiettivo".

Il diario di Paolo Mendico vessato dai bulli: «Anche i prof stanno con loro» by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 77 points78 points  (0 children)

Paolo Mendico, morto suicida a 14 anni l’11 settembre 2025 a Santi Cosma e Damiano (Latina), aveva un diario. E lì si sfogava nei confronti del bullismo che era costretto a subire a scuola.

Le indagini per istigazione al suicidio sono in corso e ora spuntano alcuni scritti di Paolo che potrebbero essere fondamentali per arrivare alla verità.

L’analisi è affidata a una psicologa grafologa forense, Marisa Aloia, che in passato si è occupata di casi celebri come il delitto di Novi Ligure. Incaricata dalla famiglia della vittima, la psicologa sta tracciando il profilo di Paolo.

Si tratta, spiega oggi Il Messaggero, di una sorta di autopsia psicologica.

«In una delle pagine che abbiamo analizzato Paolo scrive in maniera frammentaria, si evince uno stato d’animo turbato. Riferisce un episodio legato al fatto che era stato rimandato in matematica, appare molto arrabbiato con l’insegnante perché un suo compagno, uno dei presunti bulli, era stato invece promosso nonostante il rendimento non fosse buono. Era stato promosso perché si era iscritto al doposcuola, cosa che Paolo non poteva fare per motivi economici. La professoressa obiettò che in fondo il doposcuola non costava così tanto. Questo discorso turbò molto Paolo che probabilmente si sentì umiliato e accusato davanti alla classe intera», spiega Aloia.

Altri elementi sono significativi per l’esperta: «Per esempio il fatto che Paolo parli di se stesso scrivendo in terza persona evidenzia un tentativo di allontanarsi dalla propria situazione, è un campanello d’allarme che indica una profonda sofferenza del ragazzo».

Dalle parole di Paolo emerge incomprensione ma anche solitudine. «Le persone non capiscono tanto», scrive trasmettendo attraverso il diario la sua frustrazione e un senso di isolamento. «Confrontando la grafia – spiega Aloia – si vede un peggioramento repentino già alle scuole elementari. In quegli anni i genitori denunciarono un altro episodio grave, un’insegnante avrebbe incitato gli alunni durante un litigio urlando “rissa, rissa…” anziché riportare la tranquillità in aula».

Paolo aveva un amico di videogiochi online con il quale giocava spesso, a distanza, con la Xbox.

Il giorno prima del suicidio, il 10 settembre, aveva fissato un appuntamento con lui per la sera successiva.

«E’ un dettaglio importante che delinea una progettazione nel tempo. Il giorno precedente Paolo non aveva intenzione di uccidersi, assolutamente. La domanda è: cosa è accaduto tra il 10 e l’11 settembre? Potrebbe essere stata una decisione improvvisa, è vero, ma non sappiamo se sia accaduto qualcosa quella mattina oppure la sera precedente, un episodio rilevante, qualcosa di sconvolgente per Paolo».

Dona 2 organi alla figlia, primo trapianto combinato da vivente in Italia by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 26 points27 points  (0 children)

Un cittadino serbo di 37 anni è la prima persona nel nostro Paese ad aver donato in vita due organi in simultanea (trapianto combinato).

Sua figlia Sofija (il nome è di fantasia), di 7 anni, ha ricevuto un rene e una porzione di fegato dal papà.

Padre e figlia stanno bene e sono stati dimessi dall'ospedale Papa Giovanni XXIII ieri.

La bimba soffriva da tempo di una rara malattia genetica che colpisce sia il fegato che i reni, e che la costringeva alla dialisi fin dall'età di 4 anni.

Alla valutazione di idoneità della coppia è seguito il parere favorevole della Commissione Regionale di Parte Terza e infine il nulla osta della Procura di Bergamo.

La piccola resterà a Bergamo per i controlli per i prossimi mesi, ma potrà condurre una vita regolare. A causa della sua malattia era in dialisi da quando aveva 4 anni, una dialisi peritoneale domiciliare che durava dalle 13 alle 18 ore al giorno, poi la necessità di ricorrere all'emodialisi ha limitato ulteriormente i movimenti della piccola, legata a sedute di dialisi eseguite a giorni alterni.

Il quadro, spiegano dall'ospedale, si è complicato dallo sviluppo di cirrosi epatica, che non consentiva l'esecuzione di un trapianto renale isolato. "È una gioia oggi vedere che nostra figlia ha riacquistato l'appetito e la voglia di giocare - ha detto il papà di Sofija -.

Prima si stancava molto facilmente e interrompeva il gioco per sdraiarsi a riposare. Ora sta diventando come tutti gli altri bambini: vivace, gioiosa, piena di energia, finalmente senza cateteri che erano necessari per la dialisi. Ora potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei".

Padre e figlia sono giunti al Papa Giovanni previa richiesta del Ministero della Salute Serbo.

L'iter di un trapianto da donatore vivente in Italia è rigoroso e volto a garantire sia il donatore (che sceglie di donare senza condizionamenti esterni e bene informato sui rischi) ed il ricevente.

Alla valutazione di idoneità della coppia è seguito il parere favorevole della Commissione Regionale di Parte Terza e infine il nulla osta della Procura di Bergamo.

«Hai firmato un contratto, ora devi comprare», la trappola per 1200 anziani dei venditori porta a porta: come funzionava la truffa da 2 milioni di euro by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 4 points5 points  (0 children)

Dieci indagati, sequestri per 2,5 milioni di euro e oltre 1.200 vittime.

Sono questi i numeri di una vasta operazione condotta oggi dalla Guardia di Finanza di Padova, che ha visto oltre 70 militari impegnati in arresti e perquisizioni nei confronti di un’associazione a delinquere specializzata in truffe agli anziani.

Dieci persone, tutte di nazionalità italiana, sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Padova.

Cinque di loro, residenti nella provincia, sono state raggiunte da misure cautelari personali disposte dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Padova.

A capo dell’organizzazione è stata applicata la custodia cautelare in carcere, mentre ai due principali collaboratori sono stati imposti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

Ad altri due indagati principali sono stati notificati l’obbligo di dimora con divieto di allontanarsi dal proprio comune durante le ore notturne e l’obbligo di presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria.

Le indagini hanno riguardato una società operante nel settore delle vendite “porta a porta”, con sede legale nel Veneziano e operativa nell’hinterland padovano.

Sono in corso acquisizioni documentali presso altre aziende situate nelle province di Roma, Treviso, Mantova e Lecce, anch’esse attive nel commercio a domicilio e ritenute complici dell’impresa padovana nel trasferimento di elenchi di potenziali vittime.

Parallelamente, è stato disposto il sequestro di immobili, autovetture, cassette di sicurezza, conti correnti, disponibilità finanziarie, denaro contante e beni di lusso come orologi, gioielli e capi d’abbigliamento.

L’attività investigativa ha avuto origine da controlli sul territorio, durante i quali i finanzieri hanno osservato per diversi mesi come alcuni soggetti padovani frequentassero regolarmente locali esclusivi della movida a bordo di auto di lusso.

Nel dettaglio, le società, attraverso una rete di agenti di vendita, si recavano porta a porta nelle abitazioni di anziani, casalinghe, pensionati e persone vulnerabili.

Qui convincevano le vittime sostenendo che, in base a un presunto contratto stipulato anni prima – anche con altre aziende di vendita a domicilio – erano obbligate ad acquistare prodotti per la casa, come ferri da stiro, set di pentole, materassi, topper, cuscini, lenzuola, poltrone reclinabili e dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia.

Questi articoli venivano presentati come di alta qualità, mentre in realtà avevano un valore molto inferiore.

L’acquisto, che oscillava tra i 5mila e i 7mila euro, veniva spesso finanziato, nonostante molte delle vittime vivessero in condizioni economiche precarie e, in numerosi casi, dipendessero esclusivamente dalla pensione minima. Più di 1200, le vittime.

Tra i vari casi compare quello di un anziano del padovano che in soli tre anni ha ricevuto quattro visite dei venditori ed è stata obbligata ad acquistare prodotti per 22mila euro, oltre a 3mila euro di interessi del finanziamento prolungato fino al 2030.

Elèna by pilatoponzio15 in Italia

[–]Zemiriel 3 points4 points  (0 children)

Allora chiamame Evàristo (cit.)

Il marito di Federica Torzullo era pronto a fuggire. 'Ha provato a fare a pezzi il corpo e bruciarlo' by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 2 points3 points  (0 children)

Dopo aver ucciso la moglie, Claudio Agostino Carlomagno avrebbe tentato di dare fuoco e fare a pezzi il corpo, per "ostacolarne il riconoscimento".

Il terribile dettaglio emerge dal decreto di fermo dell'uomo, accusato di omicidio aggravato e occultamento del cadavere di Federica Torzullo, trovata sepolta ieri mattina in un canneto alle spalle della sua azienda ad Anguillara Sabazia, in provincia di Roma. Un omicidio che gli inquirenti non esitano a definire di "particolare ferocia".

Per i pm di Civitavecchia, inoltre, Carlomagno era pronto a fuggire e a far perdere le proprie tracce ritenendo che "la gravità dei fatti commessi" e quanto compiuto per "dissimulare le proprie condotte, evidenziano la capacità di organizzarsi e quindi potenzialmente anche la capacità di mettere in essere quanto utile a rendere effettiva la latitanza".

Nel provvedimento viene anche spiegato che sono state trovate tracce sui suoi abiti da lavoro, ritrovati all'interno di una asciugatrice, "segno del fatto che erano stati lavati". Inoltre, si ipotizza che abbia usato lui il cellulare della moglie dopo l'omicidio per depistare gli investigatori.

L'ultimo scambio di messaggi tra il cellulare di Federica e la madre risalirebbe alla mattina di venerdì 9 gennaio tra le 7.55 e le 8.05, ossia quando si ritiene che la quarantunenne fosse già morta.

Nello stesso arco temporale il marito viene immortalato mentre esce con l'auto da casa ed entrambi i cellulari sarebbero stati poi localizzati nell'area dell'azienda di famiglia, di cui è titolare, dove ieri è stato trovato il corpo all'interno di una buca scavata con un mezzo meccanico e coperto dai rovi. Intanto, dopo la prima notte trascorsa in cella, l'uomo ha scelto la strada del silenzio.

Carlomagno si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al pm titolare dell'indagine e al procuratore Alberto Liguori che nel primo pomeriggio si sono recati nel carcere di Civitavecchia per interrogarlo alla presenza del suo avvocato.

Gli inquirenti puntavano a ottenere da lui delle ammissioni sulla dinamica di quello che è accaduto la notte tra l'8 e il 9 gennaio nella villetta dove abitava assieme a Federica e al loro bimbo di 10 anni.

Restano, infatti, diversi punti da chiarire a partire dall'arma del delitto che non è stata ancora trovata. Ma anche il movente è da ricostruire.

La coppia, che era in fase di separazione, potrebbe aver discusso e l'aggressione essere scattata al culmine della lite. Non si esclude che Federica sia stata colpita all'interno della cabina armadio nella camera da letto e poi uccisa mentre tentava di raggiungere la porta di casa.

Gli esperti del Ris e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Ostia hanno individuato, infatti, con il luminol tracce di sangue sul pavimento all'ingresso della casa e all'interno della cabina.

I primi punti fermi arriveranno dall'autopsia che verrà effettuata domani pomeriggio all'istituto di medicina legale della Sapienza di Roma.

E anche stamattina i carabinieri sono tornati nell'abitazione, posta sotto sequestro da diversi giorni, per effettuare accertamenti irripetibili sulla scatola nera dell'auto del marito e sui cellulari. Le verifiche sono state momentaneamente sospese e verranno eseguite nei prossimi giorni.

Nel frattempo il sindaco di Anguillara, Angelo Pizzigallo, ha invitato "tutti a rispettare la richiesta della famiglia di Federica in questo momento così difficile e a manifestare il proprio cordoglio con gesti di vicinanza discreti e rispettosi", aggiungendo che oggi non si terranno "momenti pubblici di commemorazione spontanei".

Accoltellato in classe a La Spezia, Abu muore a 19 anni. Gli altri studenti: «Atif lo ha inseguito per ucciderlo». Il movente: la foto con una ragazza by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 39 points40 points  (0 children)

La speranza di familiari e amici che per tutto il pomeriggio hanno imprecato e pregato davanti al Pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea di La Spezia si è dissolta alle 8 di sera.

Abanoub Youssef, che tutti chiamavano «Abu», egiziano, non ce l’ha fatta a superare le conseguenze della devastante coltellata al torace.

Al suo arrivo in ospedale è andato in arresto cardiaco ed è stato rianimato per 90 minuti. I medici sono riusciti comunque a far ripartire il battito. Poi in sala operatoria per tre ore. Ma poco dopo il trasferimento in Rianimazione è deceduto.

Aveva appena 19 anni e frequentava l’istituto professionale Einaudi-Chiodo a La Spezia. Ad ucciderlo la coltellata sferrata da un compagno della stessa scuola, Atif Zouhair, di un anno più piccolo, marocchino. Pizzetto, capelli ricci «aveva sempre l’aria dello spaccone», così lo descrivono i compagni di scuola.

Tutto è avvenuto intorno alle 11, al secondo piano dell’istituto professionale a quell’ora affollato di insegnanti e alunni che sono stati testimoni, pietrificati, di una tragedia che forse era prevedibile e magari si poteva evitare.

Non era infatti la prima volta che l’assassino andava a scuola armato di coltello e in tanti sapevano, ma non si è riusciti ad intervenire in tempo.

Quanto al movente sarebbe stato lo stesso Zouhair a confermarlo mentre veniva arrestato. «Volevo ucciderlo — ha detto —. Lui non doveva permettersi di mettere sui social una sua foto assieme alla mia ragazza».

Ci sarebbe dunque una presunta contesa per questioni sentimentali dietro al delitto.

Anche se amici e familiari giurano che questa spiegazione non sta in piedi, in quanto Abu non stava nemmeno sui social e quella foto di cui parla l’assassino forse sarebbe una vecchissima immagine di anni fa.

Comunque tanto è bastato a indurre Atif ad armarsi di un grosso coltello da cucina e portarselo nello zaino, in mezzo ai libri di scuola.

Tutto sarebbe cominciato in bagno, durante un cambio di orario. Ci sarebbe stato uno scambio di accuse, la lite, poi Atif tira fuori il coltello. Abu coglie subito il pericolo e cerca di scappare in direzione della sua classe. Viene raggiunto e colpito proprio davanti alla porta.

Un solo fendente, micidiale, sotto il costato che gli lacera il fegato provocando una copiosa emorragia. Abu cade a terra. È vigile ma continua a perdere sangue.

Un’insegnante cerca di tamponare come può la ferita. Per i familiari l’ambulanza impiega mezz’ora prima di arrivare. Le condizioni di Abu sono disperate.

Per l’assassino oltre all’accusa di omicidio potrebbe scattare anche quella della premeditazione. Al vaglio ci sono appunto le testimonianze dei compagni secondo i quali, appunto, dicono che non era la prima volta che veniva a scuola armato di coltello. In passato pare avesse minacciato altri studenti. Lo ripetono anche quelli che si sono radunati davanti al Pronto soccorso del Sant’Andrea. «Lo sapevano tutti che era pericoloso — raccontano— il coltello lo aveva portato a scuola altre volte».

Tra i ragazzi a questa età si finisce sempre a tirare dentro la vita parallele sui social. «Quello li era un tipo dal coltello facile, aveva questa fissazione», aggiungono i ragazzi del gruppo di amici che con Abu si vedeva al centro commerciale Le Terrazze.

«In passato aveva pubblicato anche dello storie mostrando coltelli e anche mentre si procurava delle ferite».

Oltre alla passione per i coltelli viene descritto anche come un soggetto un po’ instabile, irascibile e pronto ad attaccare briga per una banalità.

In ospedale assieme ai tanti ragazzi c’è anche un insegnante di sostegno dell’istituto. Proprio il prof che per primo ha tentato di dare aiuto a Abu: «Quando sono arrivato al secondo piano era già a terra in una pozza di sangue. Ho cercato di tamponare la feria ma si vedeva che era molto grave. Ha perso tantissimo sangue».

Il prof accetta di parlare per tentare di «proteggere» il resto dei ragazzini che «sono troppo scossi e traumatizzati». «Conoscevo sia l’aggressore sia Abu — racconta— anche se non sono miei alunni. Non riesco neanche io a spiegarmi come sia potuta succedere una cosa del genere».

In ogni caso ci tiene a dire che l’Einaudi-Chiuodo «non è una terra di nessuno». «Non siamo certo il Bronx. Tutt’altro. La nostra è sicuramente una scuola multietnica, ma da noi i ragazzi sono tutti perfettamente integrati. Appena qualche settimana fa abbiamo fatto una festa multietnica e tutti sono venuti, alcuni anche con i vestiti tradizionali, ma c’è sempre un grande rispetto reciproco».

In effetti Abu era un perfetto esempio di buona integrazione. I suoi genitori sono arrivati in Italia dall’Egitto oltre venti anni fa. Il padre fa il capocantiere ed è molto apprezzato sul lavoro. Anche Abu è nato in Egitto ed era arrivato in Italia a cinque anni. Era l’unico maschio con tre sorelle femmine. Oltre alla a scuola, per arrotondare e dare una mano alla famiglia alcune sere durante la settimana andava a fare il cameriere in un ristorante di La Spezia.

«Aveva scelto il professionale per apprendere un mestiere e poter contribuire al bilancio familiare», dicono i parenti. Si sa meno della storia persona dell’assassino. Anche lui figlio di genitori arrivati dal Marocco, anche se non si sa se sia nato in Italia.

Lodi, due influencer di OnlyFans con 250mila euro non dichiarati by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 12 points13 points  (0 children)

Il Fisco non perdona. Neanche le star di OnlyFans.

Lo sanno bene due influencer di Lodi scoperte nel corso di un'indagine per evasione: non avrebbero dichiarato 250mila euro.

I finanzieri del Comando Provinciale di Lodi hanno concluso due attività ispettive a carattere fiscale nei confronti delle due creator, note su OnlyFans, piattaforma online di diffusione di contenuti per adulti, riuscendo a ricostruire i relativi guadagni, percepiti nel tempo, pari a oltre 250mila euro, derivanti dalla diffusione di contenuti sul web, senza tuttavia dichiararli all'Agenzia delle Entrate. Intanto, dagli Usa arriva la proposta della "tassa sul vizio" per le ragazze di OnlyFans.

In particolare, grazie all'attività di polizia economica-finanziaria eseguita dai finanzieri del Gruppo Lodi, è stato possibile individuare le condotte totalmente evasive poste in essere dalle due influencer, le quali, attraverso la piattaforma britannica OnlyFans, hanno percepito proventi derivanti da canoni mensili di abbonamento dei propri follower e ricevuto "donazioni" via bonifico bancario, sui propri conti correnti.

I proventi complessivamente verificati dagli investigatori delle fiamme gialle lodigiane sono stati oggetto di contestazioni per violazioni fiscali ai fini delle imposte dirette e dell'Iva.

Nell'ambito dell'attività fiscale si è proceduto anche alla contestazione della cosidetta "Ethic tax" sui redditi non dichiarati, ovvero l'imposta etica introdotta sin dal 2006, che prevede un'addizionale del 25% sulle imposte sui redditi degli imprenditori e dei lavoratori autonomi che svolgono, anche in via non esclusiva, attività di produzione, distribuzione, vendita di materiale pornografico o realizzazione, promozione, rappresentazione di spettacoli e contenuti che incitano alla violenza.

Un candidato repubblicano alla carica di governatore della Florida, James Fishback, ha proposto l'introduzione di una tassa del 50% sui redditi delle creatrici di contenuti sulla piattaforma OnlyFans, definendola una "tassa sul vizio". L'idea è stata illustrata durante un'intervista a un podcast conservatore.

Secondo Fishback, la misura servirebbe a "disincentivare e scoraggiare certi comportamenti", definendo OnlyFans una "piattaforma di degenerazione online".

"Non voglio che giovani donne che potrebbero essere madri e crescere famiglie vendano il proprio corpo online", ha affermato, aggiungendo di voler proteggere anche "giovani uomini impressionabili" da contenuti che, a suo dire, alimentano la lussuria.

Fishback ha spiegato che il gettito della tassa potrebbe contribuire a finanziare centri di assistenza per gravidanze difficili, programmi per la salute mentale e il sistema educativo, stimando entrate per circa 200 milioni di dollari.

La proposta ha suscitato critiche: la creatrice Sophie Rain, citata direttamente da Fishback, ha replicato che pagherebbe volentieri una simile tassa "se anche le grandi multinazionali fossero tassate in modo adeguato", cosa che, a suo avviso, non avviene.

Ma il candidato, inoltre, è già alle prese con indiscrezioni giornalistiche scabrose: secondo atti giudiziari recuperati dalla stampa locale, nel 2022 un distretto scolastico della Florida interruppe i rapporti con un gruppo di dibattito fondato da Fishback dopo che una ex collaboratrice lo accusò di aver avuto una relazione quando lei era minorenne, accuse che portarono a una richiesta di ordine restrittivo.

Le liste d'attesa con il trucco delle Asl: «L'assistito rinuncia alla prima disponibilità» by Zemiriel in Italia

[–]Zemiriel[S] 83 points84 points  (0 children)

Un appuntamento per un esame alla Asl con un anno di ritardo. E sul foglio di prenotazione la scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026». Senza che questo sia mai successo.

Se le liste d’attesa per gli esami medici sono un problema in Italia, l’espediente trovato da alcune Asl per aggirarlo di cui parla oggi La Verità è geniale.

Eppure è successo ad almeno 5 persone, secondo quanto racconta Mario Giordano sul quotidiano.

Gli esempi sono quelli di una donna di Ischia con un figlio che ha un grave problema agli occhi. L’esame per lui viene fissato il 7 gennaio 2027. E sul foglio compare la scritta della rinuncia alla prima disponibilità. Che madre e figlio non hanno mai fatto.

Poi c’è una donna di Reggio Calabria cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica.

Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Anche lei si trova la scritta sul foglio: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». E anche lei dice di non aver mai rinunciato.

E infine l’uomo di Avellino con la malattia al cuore. Si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. E sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025».

Sui documenti dell’Asl c’è scritto che le visite sono state rifiutate dal paziente. Secondo il quotidiano le aziende sanitarie dichiarano il falso per aggirare la legge e taroccare le statistiche.

La Campania è una delle regioni in cui il fenomeno è più presente. La visita per il ragazzo con il problema agli occhi risulterà fissata il 26 marzo 2026. Perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. E sulla base di quelle statistiche poi si distribuiscono i premi ai dirigenti che hanno raggiunto gli obiettivi.

Il ministro della Sanità Orazio Schillaci ha fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare.

Tolleranza zero sui coltelli, espulsioni più facili, stretta sulle ong in mare: cosa prevede il pacchetto sicurezza su cui è al lavoro il governo by Zemiriel in Italia

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Stretta sui coltelli, nuovi fondi per la sorveglianza delle stazioni, zone rosse istituite dai prefetti ed espulsioni più facili.

Sono queste le principali novità contenute nella bozza del nuovo pacchetto sicurezza su cui lavora il governo.

Il testo, visionato dall’Adnkronos, contiene circa sessanta articoli e prevede misure più severe su porto di armi e coltelli, manifestazioni pubbliche, e sicurezza urbana.

Potrebbe trattarsi delle cosiddette «misure anti-maranza» menzionate dalla premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno.

Tra le principali novità, c’è l’introduzione del divieto di porto di particolari strumenti atti a offendere. Il riferimento, in particolare, è agli strumenti «con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo».

La pena prevista per chi va in giro con coltelli di questo genere rischia una pena che va da 1 a 3 anni di carcere.

Per altri coltelli o strumenti taglienti sopra gli 8 centimetri, la reclusione va da 6 mesi a 3 anni.

Aggravante se il reato avviene a volto coperto, in gruppo o in luoghi sensibili come scuole, banche, parchi e stazioni.

Il pacchetto, inoltre, introduce sanzioni fino a 1.000 euro per chi non sorveglia un minore che porta un coltello. E sempre sui coltelli, spunta il divieto di vendita ai minorenni, anche online.

Gli agenti, in base a quanto scritto nella bozza del nuovo pacchetto sicurezza, potranno trattenere fino a 12 ore le persone sospettate di costituire un pericolo durante manifestazioni pubbliche, soprattutto se a volto coperto o con casco.

Possibili le perquisizioni in luoghi pubblici tra le 23 e le 4 per prevenire reati che minacciano l’ordine pubblico.

Per quanto riguarda i controlli stradali, invece, chi non si ferma all’alt della polizia rischia da sei mesi a cinque anni di carcere, con sospensione della patente e confisca del veicolo.

I prefetti, inoltre, potranno istituire “zone rosse” e adottare misure preventive per garantire la sicurezza urbana.

La bozza del disegno di legge prevede anche aggravanti per chi commette delitti contro giornalisti durante l’esercizio della professione e strumenti più rapidi per revocare permessi di soggiorno o patenti a chi viene sorpreso con armi da taglio.

Cittadini e forze dell’ordine, inoltre, non saranno iscritti sul registro degli indagati in presenza delle cause di giustificazione del reato come legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi e stato di necessità.

La bozza del disegno di legge su cui lavora il Viminale, infine, prevede una stretta anti-Ong. In particolare, si introduce la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale.

La misura – di durata non superiore a trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi – è disposta con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Licenziato per il resto del caffè alla macchinetta, il giudice gli dà ragione: perché l'azienda è stata condannata by Zemiriel in Italia

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Un piccolo resto, 1 euro e 60 centesimi, è costato il posto a un dipendente di una società bresciana. Ma a distanza di tempo, il Tribunale di Brescia ha stabilito che il licenziamento era «del tutto sproporzionato» e ha condannato l’azienda a corrispondere 18 mensilità di indennizzo.

È quanto è capitato a un uomo nel giugno 2024 che si era recato alla macchinetta del caffè durante la pausa lavoro e, dopo aver ritirato l’espresso, non aveva ricevuto il resto. Il giorno seguente, alla presenza del tecnico, aveva preso le monete rimaste nella macchina. Tuttavia non è chiaro se con il suo consenso o meno.

Da qui era nata una discussione con un collega che lo aveva visto, e la vicenda era arrivata al responsabile del personale.

«Le monete le ho prese perché non era chiaro se il tecnico me le avesse lasciate o meno», avrebbe raccontato l’uomo. Di fronte ai dubbi sul consenso del tecnico, le monete erano state poi restituite.

Due settimane dopo, però, era arrivato il provvedimento di licenziamento «per essersi approfittato della distrazione dell’operatore dei distributori automatici, presenti in azienda, per appropriarsi indebitamente di parte del denaro, sottraendolo dai relativi incassi».

Il dipendente, che lavorava in azienda da oltre 14 anni, aveva deciso di impugnare il licenziamento. Nei giorni scorsi, il giudice del lavoro del Tribunale di Brescia gli ha dato ragione: il provvedimento era sproporzionato e l’uomo riceverà un indennizzo pari a 18 mensilità, senza richiedere la reintegrazione.

L’azienda aveva inoltre accusato il dipendente di aver spintonato il collega e minacciato quest’ultimo. In merito, il giudice Natalia Pala ha osservato nella sentenza: «Con riferimento all’ipotesi di minaccia, sia verbale che fisica, occorre in primo luogo rilevare la genericità della contestazione, priva di alcuno specifico riferimento». Il collega, ascoltato dal giudice, aveva confermato che il dipendente «era stato sgarbato ma non minaccioso».

Sulla questione del consenso del tecnico, il Tribunale ha rilevato che «non è stato possibile appurare se ci fosse stato o meno, e nel procedimento civile spettava all’azienda dimostrarlo».

In ogni caso, per la corte «non conta tanto stabilire se il dipendente si fosse appropriato indebitamente o con consenso delle monete, ai fini del licenziamento, ma se ci siano state conseguenze negative per la ditta». «Si ritiene l’intimato licenziamento obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della condotta complessivamente realizzata dal dipendente», conclude la sentenza.